Memoria: a margine dell’incontro su Untempo-inAyas

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Da anni Rodolfo mi parla del progetto di cui ciò che abbiamo appena visto è solo una piccola parte; e mi ha sempre commosso la sua passione per questa valle e per chi l’ha abitata e chi la abita. L’intento di Rodolfo è quello di tenerne viva la memoria, per giunta divertendosi.

Parafrasando una celebre frase di Gustav Mahler, la memoria non va intesa come cenere spenta, inerte, esausta, ma piuttosto come brace viva che riscalda il presente e lo proietta nel futuro.

Sulla memoria molte volte siamo tornati negli incontri passati, sia pure di sfuggita. Ma ricorderete anche una bella serata tenuta dagli amici Spreafico sulla stagione della vecchiaia di cui la memoria è fedele compagna; per lo più la memoria lunga, remota.

Vorrei tornare brevemente su questa meravigliosa e misteriosa facoltà con una digressione marginale, ma non fuori strada per noi che abbiamo una certa età in cui c’è più tempo anche per fantasticare, e la fantasia evoca la memoria e viceversa.

Siamo piacevolmente seduti in gruppo a un tavolino e conversiamo di libri e d’altro quando una cara amica, non sapendo che da qualche tempo sto pensando, sollecitato dai miei figli, di scrivere qualche appunto autobiografico per loro, mi cita il parere di un illustre critico intorno alla questione: L’autobiografismo estremo è il rifugio ultimo dei nostri scrittori. Quelli veri respirano la realtà e ne restituiscono una versione mirabilmente artefatta. Esso rappresenta la scorciatoia di chi sconta un rapporto accidentato con la fantasia.

Premesso che condivido questo parere e precisato che non sono un “vero scrittore”, ho tuttavia deciso di non rinunciare al mio proposito, il che significa correre il rischio di fidarmi della mia memoria, dal momento che non dispongo di ‘documenti’ per scrivere di me e della famiglia in cui sono nato, a partire dai primissimi anni, perchè sono questi che più mi tornano alla mente. In casa non circolavano libri né giornali – che di solito parlano dei loro lettori – e i miei genitori non parlavano mai del loro passato. Perciò devo fidarmi di memorie sparse e labili.

So bene che, come ha scritto qualcuno, i ricordi sono per metà bugie in buona fede e per metà bugie consapevoli; poi l’immaginazione intreccia i ricordi, e il romanzo è servito.

Resta il fatto che non posso far altro che frugare in me stesso e, raramente, nella memoria altrettanto labile di qualche parente o amico, dal momento che, come osserva il giovane ma già saggio Telemaco in procinto di imbarcarsi alla ricerca del padre, nessuno da solo conosce la sua nascita.

Scrive un attento studioso della mente: La sede stabile dei ricordi […] è la corteccia associativa, ovvero quella parte dello strato più esterno del cervello che non riceve direttamente informazioni dai canali sensoriali e non invia impulsi ai centri motori […]. La rete delle connessioni che definiscono le tracce mnestiche si forma nell’ippocampo, [il quale] consolida le informazioni depositate nella corteccia associativa e rimane determinante per la loro connotazione temporale e spaziale. Le tracce cerebrali di un evento sono tanto più forti e durature quanto più importante è la valenza emotiva che lo accompagna.

Questo significa che, in un certo senso, io cerco in me stesso ciò che io stesso ho ‘deciso’ che sia importante conservare.

So anche che quelli di oggi possono essere ricordi di ricordi che si sono fissati nel tempo e sono diventati “veri” nel senso che io li riconosco per tali. Che cosa ho ‘voluto’ ricordare, e che cosa dimenticare? Per Freud la memoria non è ‘pensiero’, ma un’attività che dipende dall’inconscio e l’oblio, a sua volta, è un fatto positivo e ha un senso, poiché svela il dinamismo dell’inconscio che protegge l’individuo, rimuovendo un ricordo sgradevole o sostituendolo con un altro.

Inevitabile chiedersi se ciò di cui ho memoria sia ricordo o invenzione.

Il ricordo, inoltre, è necessariamente personale e perciò incomunicabile. Ne consegue che niente ci può far sentire soli come il ricordo, quale che sia il suo contenuto; ciò vale per il ricordo straziante degli ultimi ‘salvati’ della Shoah, come per il ricordo, lieto o triste, della propria vita ordinaria che ciascuno porta in sé stesso.

D’altra parte la memoria è essenziale per conoscere il proprio io; ne consegue che la conoscenza che abbiamo di noi stessi è conoscenza incerta, vaga, persino ‘inconcludente’, come scrive Marguerite Yourcenar: Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per ravvisarvi un piano, per individuare una vena di piombo o d’oro, il fluire d’un corso d’acqua sotterraneo, ma questo schema fittizio non è che un miraggio della memoria. Di tanto in tanto, credo di riconoscere la fatalità in un incontro, in un presagio, in un determinato susseguirsi di avvenimenti, ma vi sono troppe vie che non conducono in alcun luogo, troppe cifre che a sommarle non danno alcun totale.

Ben diversa l’opinione di Vladimir Nabokov: Io testimonio con soddisfazione la suprema conquista della memoria, che consiste nell’uso magistrale di armonie innate allorché raccoglie tra le sue pieghe le tonalità sospese ed errabonde del passato. Mi piace immaginare, a coronamento e definizione di quegli accordi striduli qualche cosa di duraturo, riandando al passato...

A volte la memoria è tenace e bizzarra. Ad esempio, senza scomodare la petite madeleine proustiana, ancora oggi, a molti anni dal giorno in cui ho completamente perduto il senso dell’olfatto, ricordo distintamente e intensamente l’odore di una pesca e di un ramoscello di rosmarino, ma di nient’altro; due odori connessi ad altrettante precise situazioni in cui ‘ricordo’ di aver ‘realmente’ sentito quei profumi per l’ultima volta.

La memoria, per quanto possa essere fragile o confusa non è comunque poca cosa: spesso, può addirittura essere TUTTO ciò che rimane del passato. Del resto gli antichi aedi-rapsodi si affidavano alla memoria, ed è grazie alla memoria se i versi di Omero e di Esiodo sono stati ‘salvati’ e conservati per noi. Poi la scrittura è venuta in suo soccorso, ed ecco il papirus.

Di più: Nietzsche sostiene che la memoria è ciò per cui il soggetto stesso si percepisce immerso nel tempo e spinto a conoscere un futuro possibile.

Ora che il mio futuro possibile si va accorciando, la memoria ne occupa voracemente quel che resta e io stesso vivo, almeno in parte, di quel che sono stato, o immagino di essere stato.

Per concludere, mi chiedo: raccontarlo può servire a coloro che più amo, ai miei figli e ai loro figli il cui futuro è auspicabilmente lungo, oltre che felice, per quanto all’uomo è concesso?