La questione della colpa

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La parola ‘colpa’ deriva dal latino ‘culpa’, ma l’etimologia di quest’ultima è molto incerta.  E il suo significato, l’estensione del suo uso (teologico, giuridico, politico, storico, psicologico, psichiatrico…) e la varietà dei contesti in cui viene pronunciata rendono impossibile una definizione generale anche solo approssimativa. Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale si è imposto con particolare drammaticità l’interrogativo: di chi è la colpa degli orrori che già da tempo si andavano scoprendo e che ora assumevano dimensioni spaventose e inimmaginabili?
 

 

A mo’ di introduzione

Leggo da  un’intervista rilasciata poche settimane fa dalla saggista e giornalista statunitense naturalizzata polacca Anne Applebaum:

Io credo che l’unico modo in cui la guerra possa finire – e intendo finire davvero e non riprendere dopo sei mesi o un anno – è se i russi perdono e capiscono di aver perso. Devono realizzare che la guerra è stata un errore e che non può essere ripetuta […] Devono vederlo come un disastro per il loro paese.

[Corriere della sera, 07/01/23]

Devono cioè fare i conti fino in fondo con l’errore, con la colpa commessa e assumerne le conseguenze.
Queste parole mi hanno colpito per la sintonia con quanto stavo scrivendo e stavo incontrando nei testi che in quel momento avevo sotto mano per preparare questa serata.
Quello di Applebaum è solo un auspicio? E’ molto di più; che si realizzi o meno, resta il fatto che senza la piena consapevolezza dell’errore, della colpa da parte dei russi, non ci sarà pace per il mondo né riscatto per la Russia stessa.

Non so se Anne Applebaum, parlando del conflitto Russia/Ucraina, fosse consapevole di rappresentare perfettamente il dilemma in cui si dibattè la Germania nell’immediato dopoguerra. La domanda, oggi come allora, è: come è possibile porre veramente, definitivamente fine alla guerra?

Lungi da me l’idea di improvvisare parallelismi o similitudini; mi limito a chiedere: furono consapevoli i tedeschi di aver perso una guerra ingiusta e terribile di cui portavano la responsabilità e la colpa? Furono capaci di tale consapevolezza, condizione per la vera pace e il riscatto del loro Paese?

 

“Stunde Null”

In un saggio recentemente pubblicato [La germania sì che ha fatto i conti con il nazismo, Laterza 2022] il filosofo e storico Tommaso Speccher, profondo conoscitore della storia della Germania, si chiede se, contrariamente a quanto si ritiene, la Germania abbia fatto davvero i conti con il nazismo. Dopo una puntuale analisi della situazione in Germania dalla fine della guerra ad oggi, Speccher conclude che sì i conti sono stati fatti, ma solo in parte e forse troppo tardi perché la malapianta del nazismo potesse allora, a guerra finita, e possa ancora oggi  essere definitivamente sradicata.

Da questo testo, in particolare dal primo capitolo che descrive la situazione nell’immediato dopoguerra, parto per introdurmi alla ‘questione della colpa’.  La questione della colpa è il titolo del saggio di Karl Jaspers di cui parlerò più avanti.

Speccher apre il suo saggio descrivendo la ‘deformazione’  o lo ‘slittamento’ che subisce una fulminea espressione coniata da Karl Barth in un breve e intenso scritto tradotto in italiano con il titolo I tedeschi e la guerra. L’espressione barthiana è “Stunde Null” (L’ora zero).

 

Due parole su Karl Barth.

Nel 1922 Karl Barth (Basilea 1886-1968), pastore e teologo protestante,  pubblica un’opera che segna profondamente la teologia, non solo protestante, del ‘900, L’epistola ai Romani, con la quale rompe  con la teologia liberale, che considera la cultura occidentale come incarnazione dell’assoluto e dell’eterno e mira a conciliare Dio e mondo. Barth, al contrario, rivendica la “totale alterità”, l’antitesi insuperabile Dio/mondo, infinito/finito, eternità/tempo. Il peccato assoluto è per Barth l’ambizione primordiale dell’uomo di essere come Dio: eritis sicut Deus! Chiamato ad insegnare nelle facoltà teologiche di Göttingen e di Münster, Barth si trova ad affontare negli anni ’30 una situazione in cui il ‘peccato assoluto’ si manifesta nella dottrina totalitaria nazista. In Germania una parte assai rilevante del mondo protestante si mobilita nel movimento dei cristiano-tedeschi che sostiene apertamente la politica nazista e il culto del Führer.

Nel sinodo della chiesa confessante di Barmen (1934), Barth richiama la coscienza più viva del protestantesimo al “non possumus” contro il protestantesimo asservito alla dottrina nazista. Nel documento che chiude il sinodo, interamente scritto da Barth leggiamo: Gesù Cristo è l’unica parola di Dio che dobbiamo sentire e a cui dobbiamo credere e obbedire nella vita e nella morte […] Noi rifiutiamo la falsa dottrina che la Chiesa debba appropriarsi delle caratteristiche, del compito e della dignità dello Stato, così da diventare essa stessa un organo dello Stato. E’ la sconfessione del movimento dei cristiano tedeschi e il rifiuto della dottrina del Führer come ‘inviato’ di Dio, a cui i ragazzi nelle scuole del Reich giurano fedeltà.

Quando si rifiuta di sottoscrivere il giuramento di fedeltà personale a Hitler imposto a tutti i docenti universitari, Barth viene espulso dalla Germania in quanto cittadino svizzero e torna a Basilea, dove riprende l’insegnamento nell’università della sua città natale. Qui lavora alla stesura della monumentale Dogmatica ecclesiale nella quale la concezione di Dio come “totalmente altro” si completa con la concezione di Dio come Dio tra gli uomini, in Gesù Cristo, Dio che perdona e Dio della grazia.

Barth, come ho appena ricordato, scrive I tedeschi e la guerra; siamo nel gennaio del 1945. La guerra non è ancora terminata, mancano i mesi più terribili, ma la capitolazione finale è ormai prossima e Barth ne coglie tutta la drammaticità. Sempre più frequenti che in passato, giungono  le notizie intorno alle dimensioni e ai metodi spaventosi di sterminio messi in atto in tutti i paesi occupati dai nazisti. Hitler annuncia la sua fosca profezia secondo cui se il popolo tedesco non sa difendere la patria, allora è giusto che venga annientato; lui stesso per primo è pronto a darsi la morte pur di non cadere in mano al “nemico invasore”. A Berlino vengono arruolati ragazzi di 12-14 anni per la difesa della città; Hitler ne passa in rassegna una rappresentanza elogiando il loro amore per la patria aggredita.

Per Barth non si tratta soltanto della sconfitta militare che si annuncia senza condizioni, ma anche di qualcosa di inimmaginabile e profondo che egli fissa nell’espressione Stunde Null (l’ora zero). L’ora zero è il punto a cui è approdata una nazione che non solo ha ormai perduto la guerra da essa caparbiamente voluta, ma non ha più credibilità; ha perduto la dignità di fronte al mondo; un paese letteralmente esausto fisicamente e moralmente. Per Barth l’ora zero è il punto, a partire dal quale soltanto, sarà possibile che i tedeschi si diano un futuro totalmente discontinuo rispetto al recente passato; quel punto è l’esito avvelenato degli immani delitti compiuti dal nazismo, un punto di cui la Germania, per riscattarsi, deve farsi carico fino in fondo riconoscendone la colpa. Scrive Barth:

[I nazisti] come pazzi sanguinari si sono avventati ai quattro venti per massacrare e massacrare sempre, e quali ondate di distruzione irreparabile sono passate tra le fila dei loro stessi uomini, adolescenti e bambini! Hanno evocato gli spiriti e gli spiriti sono venuti.

Barth non esita a imputare la responsabilità di questi crimini alla nazione tedesca, ma l’espressione da lui coniata per designare l’orrore e la colpa è destinata ad assumere un significato ‘deviante’ subito dopo la fine della guerra.

Nella sua Storia naturale della devastazione (Adelphi, 2001), Winfried Sebald, lo scrittore e critico letterario tedesco che meglio forse di ogni altro ha saputo raccontare l’Olocausto, il trauma della guerra e il dopoguerra del suo paese, descrive così la situazione della Germania dopo i micidiali bombardamenti alleati, soprattutto sulle grandi città come Amburgo, Brema e la stessa Berlino: E’ difficile riuscire oggi a farsi un’idea, anche solo vagamente adeguata, dell’immane devastazione che si abbatté sulle città tedesche negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, e più difficile ancora riflettere sull’orrore che accompagnò tale devastazione.

Oltre ai bombardamenti, altre e non meno grandi catastrofi colpiscono la Germania. In un paese già devastato e con la popolazione alla fame si riversano, negli ultimi anni di guerra, milioni di donne uomini e bambini tedeschi, demoralizzati ed esausti, provenienti dai territori orientali precedentemente occupati dai nazisti; una massa imponente di profughi pressati dall’Armata Rossa, che ha fretta di raggiungere per prima la capitale del Reich. Lo stato d’animo della popolazione è sinistramente evidenziato dalle ondate di suicidi che colpiscono la popolazione tedesca, di cui ci siamo occupati lo scorso anno.

Eppure questa totale devastazione, osserva Sebald, entrò negli annali della nuova nazione soltanto sotto forma di vaghe generalizzazioni, e sembra non aver quasi lasciato postumi dolorosi nella coscienza collettiva […] La capacità che gli uomini hanno di dimenticare ciò di cui non vogliono prendere atto, di distogliere lo sguardo da quanto sta davanti agli occhi, fu di rado così messa alla prova come nella Germania di quegli anni”.

Già Hanna Arendt nel ‘diario’ scritto in occasione del suo viaggo in Germania, tra il 1949 e il 1950, aveva osservato come ancora a distanza di anni, l’enormità dell’accaduto e l’incubo vissuto sembravano non aver lasciato traccia nella coscienza dei tedeschi: […] da nessun’altra parte questo incubo di distruzione e paura è meno sentito, e in nessun altro luogo se ne parla meno, che in Germania. Dappertutto colpisce il fatto che non ci sia alcuna reazione a quanto è accaduto.

Dopo aver annotato che nessuno porta il lutto per i morti, Arendt osserva che

questa mancanza di emozioni è solo il sintomo più vistoso di un rifiuto profondamente radicato, ostinato e in qualche caso brutale di confrontarsi e di fare i conti con ciò che è realmente accaduto.

[Ritorno in Germania, Donzelli 1996]

Un’inchiesta del 1952 rileva che l’88% dei tedeschi dichiara di “non sapere” e, se ammettono che ci possano essere stati, di non sentirsi colpevoli dei crimini nazisti.

La Germania non stava facendo i conti con il suo recentissimo passato; non riconosceva la propria colpa.

Colpisce al punto da sembrare incredibile la distanza tra l’enormità degli eventi e l’oscuramento della memoria e, di conseguenza, della responsabilità rispetto a quegli eventi. L’opera di devastazione compiuta dagli alleati soprattutto negli ultimi mesi di guerra fece sì che l’”ora zero” con cui Barth aveva segnato il punto di non ritorno della storia della Germania imputandone la responsabilità al nazismo cambiasse di segno e di significato: anche  i tedeschi disposti a prendere le distanze dai crimini del nazismo finiscono per ritenere corresponsabili della catastrofe gli alleati che hanno ridotto in polvere le città tedesche. La vera colpa originale si annebbia, sfuma fino a scomparire da una memoria che non sa e non vuole sapere ciò che è stato. Diversi intellettuali raccolti nel circolo denominato Gruppo 47, tra cui Martin Walser, Heinrich Böll e Günter Grass, alimentano questo atteggiamento ambivalente che, secondo Sebald, è oggettivamente funzionale al nascondimento della vera memoria, e dunque impedisce ai tedeschi di ammettere che l’origine della distruzione va ricercata nei crimini compiuti dal nazismo. Già nel 1945 Alfred Andersch, fondatore del Gruppo 47 scriveva: [] i crimini nazisti sono compensati in maniera definitiva dai bombardamenti [alleati] sulle città tedesche, dalla cacciata dei tedeschi dell’Est Europa o dalla condizione di prigionia babilonica dei soldati tedeschi. L’espressione “ora zero” subisce così uno spostamento e diventa il marchio delle città tedesche ridotte in macerie dagli alleati, al punto da essere senz’altro adottata in tal senso nella produzione letteraria e cinematografica. Rossellini, ad esempio, titola Germania anno zero il suo film del 1948 in cui domina incontrastato il vuoto spettrale delle città rase al suolo dagli alleati.

Durante la fase dei processi che si aprono a centinaia in Europa, accanto all’ improbabile ritornello “non sapevamo” invocato dagli imputati, ma ampiamente adottato da quasi tutti i tedeschi, viene avanzato il principio giuridico “tu quoque” con il quale gran parte dell’opinione pubblica sostiene che gli stessi crimini contestati ai tedeschi sono stati commessi anche dagli Alleati. Emblematica dell’ambivalenza tra la pretesa distanza dai crimini nazisti, comunque mai nominati né apertamente ammessi, e l’evidente insofferenza nei confronti della giustizia degli alleati, è la figura del giovane soldato Beckmann, protagonista del romanzo di Wolfgang Borchert Fuori davanti alla porta, descritto come un reduce inconsapevole e del tutto incolpevole, simbolo inequivocabile dell’estraneità dell’esercito tedesco rispetto ai crimini del nazismo. Questa narrazione alimenta l’oblio e l’oblio è funzionale al nascondimento della vera memoria, e dunque impedisce di ammettere che l’origine della distruzione è da ricercare nei crimini compiuti dal nazismo stesso. Solo agli inizi degli anni ’90, con la realizzazione in Germania della mostra Crimini di guerra della Wermacht, l’opinione pubblica  viene messa di fronte alla cruda verità di una esercito regolare fino ad allora considerato estraneo all’eliminazione fisica delle popolazioni civili e alla complicità con le SS nella liquidazione delle comunità ebraiche, gravemente connivente con quelle operazioni. Quando, nel 1996, lo storico americano Daniel Goldhagen pubblica il suo I volonterosi carnefici di Hitler (Mondadori, 1997) in cui sostiene apertamente la ‘partecipazione’ del popolo tedesco ai misfatti commessi dai nazisti, in particolare alla ‘distruzione’ del popolo ebraico, si riapre in Germania la polemica sul ruolo dell’esercito e molti tedeschi ancora si rifiutano di accettare  le verità terribili, ineludibili e definitivamente accertate con cui l’autore dimostra che l’Olocausto fu colpa diffusa, non solo di Hitler. La Germania fa ancora fatica a elaborare il proprio passato, a riconoscere la propria colpa.

 

Due parole su Karl Jaspers

Sullo sfondo che ho sommariamente tracciato, ovvero sulla dimenticanza diffusa o sul rifiuto o quantomeno sul silenzio intorno alla responsabilità da parte della popolazione tedesca riguardo ai crimini contestati, su questo sfondo si colloca la riflessione di Karl Jaspers intorno alla questione della colpa; riflessione che è un coraggioso e vigoroso richiamo alla nazione tedesca e a ogni singolo cittadino perchè assumano la propria responsabilità. Su questa riflessione mi soffermo, premettendo alcune utili informazioni sulla vita e il pensiero dell’autore.

Karl Jaspers (1883-1969) è un filosofo e psichiatra tedesco che nel corso della sua vita attraversa i grandi e tragici evento del Novecento che lo spingono, anzi lo costringono a schierarsi, e influenzano in modo determinante la sua filosofia, che su quegli eventi si è, per così dire, esercitata. Da studioso e medico si occupa delle patologie psichiatriche, misurandosi criticamente con la scienza psichiatrica degli inizi del Novecento dominata ancora dalle teorie di matrice positivistica che considerano la malattia come fenomeno meramete anatomico e fisiologico causato da disfunzioni e lesioni fisico-biologiche. Jaspers evidenzia i limiti di tale impostazione e mette al centro della sua teoria non il ‘caso clinico’, ma il ‘caso umano’, privilegiando un accostamento al paziente che si rifà non solo a Freud, ma anche alla tradizione filosofica, da Kant a Kierkegaard a Nietzsche a Dilthei a Husserl. Per lui il paziente deve essere considerato come ‘personalità’, ovvero come un tutto e la malattia come una forma di umanità. Da qui la necessità di comprendere lo stato dell’altro, la sua umanità sofferente. Perno di questo approccio è il concetto di immedesimazione o ‘empatia’ (Einfühlen), cioè la trasposizione nella vita psichica dell’altro, senza trascurare il fatto che l’uomo non vive solo e isolato, ma in quanto essere storico e sociale vive in uno spazio e in un tempo determinati e nel contempo è vissuto e modificato da coloro con i quali è in relazione. Gli studi di psicologia e psichiatria sostenuti, a partire già dall’adolescenza, anche dall’esperienza personale di una grave malattia che non lo abbandonerà mai, si intrecciano con la passione per la filosofia. Da questo incontro di esperienze personali e interessi disciplinari, Jaspers trae una chiara e complessa concezione dell’uomo in quanto tale, malato o sano che sia. L’atteggiamento che egli adotta nei confronti dell’altro va oltre il principio etico e razionalistico che trova in Kant. Questi, muovendo da Beccaria e da Rousseau, considera ogni uomo, in quanto soggetto morale, libero e razionale, bisognoso e degno di rispetto. Rispetto è una parola che già nell’etimologia (dal latino respicere, ri-guardare, guardare due volte) rimanda a un’attenzione per l’altro, che rifugge dallo sguardo distratto per mostrare interesse nei suoi confronti. L’imperativo categorico fondamentale è espresso da Kant nella formula: agisci in modo da considerare l’uomo sempre come un fine e mai come un mezzo.

Jaspers va oltre; per lui, l’altro merita di essere ‘compreso’, non solo mediante la ragione logica, calcolatrice e strumentale, ma anche mediante una ragione che coinvolge la coscienza di ogni singolo uomo.

Ogni uomo aspira a dare risposta alle domande che Jaspers mutua da Kant: Che cosa posso conoscere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è consentito di sperare?

Queste tre domande concorrono a definire l’uomo concreto: il piano intellettuale della conoscenza, quello pratico dell’agire e quello progettuale della speranza che mette in moto affetti ed emozioni.

Con le premesse che ho sommariamente descritto, possiamo intendere appieno il coinvolgimento inevitabile di Jaspers intorno al problema della colpa dei tedeschi per i crimini di guerra e l’olocausto.

Nel 1937 Jaspers, messo di fronte all’alternativa imposta dal governo nazista di divorziare dalla moglie Gertrude Mayer, ebrea, o dimettersi dall’insegnamento, decide di lasciare la cattedra che ricopre a Heidelberg e ripara a Basilea.

Tornerà in patria a guerra finita, e riprenderà a insegnare sulla cattedra  che aveva lasciato otto anni prima.

Nel semestre invernale 1945/46, appena tornato in patria, tiene una serie di lezioni sulla “situazione spirituale della Germania”, alcune delle quali vengono pubblicate sotto il titolo La questione della colpa. In esergo sta scritto:

Come tedesco fra tedeschi vorrei promuovere chiarezza e unanimità; e, come uomo fra gli uomini, prender parte al nostro sforzo per raggiungere la verità.

E’ un invito ai suoi connazionali al riconoscimento della verità dei fatti  e all’assunzione della responsabilità delle colpe commesse. E’ questo un passaggio necessario perchè possa rinascere una nuova società tedesca e un nuovo stato tedesco fondati sulla coscienza della responsabilità di un popolo intero e di ogni singolo cittadino.

L’analisi di Jaspers si apre con la distinzione tra colpa giuridica, politica, morale e metafisica.

1- La colpa ‘giuridica’.

Jaspers ritiene che la condizione della Germania all’indomani della prima guerra mondiale sia nettamente diversa rispetto al secondo dopoguerra. Nel primo dopoguerra i tedeschi non dovettero riconoscere la colpa di delitti specifici commessi  soltanto da loro; nel secondo caso, invece, erano del tutto evidenti delitti ascrivibili con certezza  specificatamente al governo nazista.

In questo senso il primo dopoguerra non differisce dai dopoguerra ‘tradizionali’. Certo, anche nel 1919, a Versailles, le potenze vincitrici accusarono la Germania di essere la causa principale del conflitto appena terminato e, assecondando la totale inimicizia del presidente francese George Clemanceau, imposero alla Germania un trattato di pace estremamente duro e umiliante. Ma ora, e già ben prima del 1945, la responsabilità della guerra risulta essere evidentissimamente della Germania che l’ha pianificata, cercata e provocata.

Di qui la necessità, per la prima volta nella storia del mondo, di costituire tribunali e processi al fine di perseguire i delitti ‘giuridicamente’ accertati: delitti conto la pace, delitti concernenti la violazione delle leggi di guerra, delitti contro l’umanità perpetrati a danno di qualsiasi popolazione per motivi politici, razziali o religiosi.

Tra i compiti più complessi da adempiere, c’è quello di stabilire i diversi livelli di responsabilità: dal gabinetto del Reich ai capi politici del partito nazionalsocialista, delle SS, delle SD, della Gestapo, delle SA, dei vertici delle forze armate fino a persone comuni la cui partecipazione a specifici delitti risulti accertata.

Jaspers confuta le più significative obiezioni nei confronti dei processi celebrati dai vincitori.

Egli respinge la tendenza a far ricorso a considerazioni di carattere generale del tipo: di guerre ce ne sono state tante e tante ce ne saranno ancora; è la natura stessa dell’uomo che porta alla guerra. 

Osserva Jaspers: qui è in questione non la guerra in generale, ma questa guerra preparata, pianificata e avviata senza essere stata provocata da altri, una guerra che ha portato allo sterminio di intere popolazioni, diretta fin dal principio contro ogni possibilità di conciliazione.

A quanti sostengono che il processo di Norimberga è una vergogna nazionale per tutti i tedeschi, Jaspers risponde che vergogna non è il processo di Norimberga, ma ciò che ha portato ad esso, e la coscienza di questa vergogna va indirizzata alla causa prima del processo stesso.

A coloro che appellandosi al principio secondo cui l’autorità viene da Dio, particolarmente caro alla tradizione protestante, ritengono che non si possa parlare di delitti nella sfera della sovranità politica, Jaspers risponde che tale modo di pensare nel secolo XX è solo un modo inconsistente per sottrarsi alla responsabilità dei delitti commessi.

A quanti, rifugiandosi dietro il principio giuridico nulla poena sine lege, obiettano che a Norimberga si giudica con retroattività in base a leggi finora inesistenti e stabilite solo adesso dai vincitori, Jaspers controobietta: Se si tiene conto dell’umanità, dei diritti dell’uomo e del diritto naturale, e se ci si riporta alle idee di libertà e democrazia nel mondo occidentale, si può dire che ci sono delle leggi secondo le quali possono essere definiti dei delitti.

2- La colpa politica 

Jaspers richiama il fatto che il regime nazionalsocialista si attribuiva il nome di ‘tedesco’ e pretendeva di essere la Germania, dal momento che aveva nelle mani tutti i poteri dello Stato e, fino al 1943, non aveva incontrato alcuna opposizione. La colpa politica concerne le azioni degli uomini di Stato, ma coinvolge tutti coloro che fanno parte di uno Stato, dal momento che ciascuno porta una parte di responsabilità riguardo al modo come viene governato.

3- La colpa morale

La colpa morale sussiste per tutti coloro che danno spazio alla coscienza e al pentimento. Essa attiene alla coscienza individuale che giudica se stessa. Scrive Jaspers: Sono colpevoli nel senso morale coloro che sono capaci di espiazione, coloro che pur sapendolo, o pur in condizione di poterlo sapere, intrapresero una via che essi, nel loro autoesame, vedevano condurre all’errore colposo, sia che nascondessero a se stessi comodamente quel che accadeva, sia che si lasciassero stordire e sedurre, o che si vendessero per vantaggi personali, o che obbedissero per paura. Dopo aver sottolineato che c’è differenza tra quelli che si sono comportati attivamente [a favore del regime] e quelli che si sono comportati passivamente, Jaspers ammonisce: Ma la passività deve riconoscere la sua colpa morale per tutte le volte in cui ha mancato nel trascurare di fare tutto quello che si poteva fare per aiutare coloro che venivano minacciati, per attenuare l’ingiustizia, per opporsi. Sembrano qui affiorare le disincantate e severe parole con cui Günther Anders, col pensiero alla shoah, bollerà “le persone che non hanno fatto niente”:

Molti dei silenti e degli indolenti sono persino più meschini dei loro colleghi apertamente uniformati e coinvolti. Perchè, mentre costoro aspirano solo a un premio per il loro sostegno, i silenti pensano inoltre anche a un futuro in cui forse – on ne sait jamais –  chi detiene il potere potrebbe essere detronizzato –  il che significa: essi speculano su un loro riconoscimento per il carattere ‘indiretto’ del loro sostegno; speculano sul fatto che un giorno potranno appellarsi all’alibi del loro essere stati silenti.

[Stenogrammi di filosofia, Bollati Boringhieri, 2022]

E comunque, conclude Jaspers: alla propria coscienza non si può richiedere un trattamento amichevole. In ogni caso il principio secondo cui ‘gli ordini sono ordini’ e in quanto tali devono essere eseguiti non ha valore sul piano morale perchè di fronte alla propria coscienza i delitti rimangono delitti anche se vengono ordinati.

4- La colpa metafisica

E’ la più problematica; si pone sulla soglia dell’esistenza dell’altro uomo e quindi della società.

Jaspers parla di una matrice sentimentale che lega gli uomini prima dei loro accordi razionali, delle loro intese politiche, giuridiche e persino morali, una solidarietà incondizionata che ciascuno conosce per averla almeno una volta vissuta nell’ambito di una particolare unione nella vita.

Questa solidarietà fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche lui colpevole. Chi non ha messo a repentaglio la propria vita per impedire il massacro degli altri, ma è rimasto senza fare nulla, si sente anche lui colpevole, in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico o morale. Il fatto che uno è ancora in vita, quando sono accadute delle cose di tal genere, costituisce per lui una colpa incancellabile.

Un’estrema manifestazione di questo senso di colpa lo troviamo in molti sopravvissuti che hanno confessato di averlo provato per il fatto di essere rimasti in vita mentre gli ‘altri’ sono stati uccisi.

Inoltre: [la ‘solidarietà incondizionata’] viene lesa quando io mi trovo a essere presente là dove si commettono ingiustizie e delitti. Non basta che io metta a rischio con ogni cautela la mia vita per impedirli. Una volta che quel male ha avuto luogo e io mi sono trovato presente e sopravvivo, dove un altro viene ucciso, in me parla una voce che mi dice che la mia colpa è il fatto di essere ancora vivo.

Come si vede, la posizione assunta da Jaspers è chiara e intransigente.

Al centro della sua riflessione, in sintonia con la sua storia professionale e con la sua filosofia, Jaspers pone il singolo, ma nello stesso tempo richiama alla necessità di una morale pubblica che respinga il radicale pregiudizio storico-culturale, che egli ravvisa nella mentalità dei tedeschi, secondo cui negli affari pubblici e politici vige esclusivamente il criterio dell’opportunità, mentre la morale resta relegata nella sfera personale.

Ma per recepire questo messaggio, alla fine della guerra, i tempi non erano certo maturi.

Lo sono oggi?

Il libro di Jaspers su cui ci siamo soffermati non ebbe grande diffusione; fu oggetto di attenzione da parte di pochi e di parecchie critiche.

Ad esempio è stato osservato che l’insistenza sulla radicalità metafisica della colpa da parte di Jaspers avrebbe contribuito al formarsi, nei decenni successivi, di una sorta di generalizzazione degli eventi, in particolare della shoah, come di fatti extra-storici, estrapolati dalla loro dimensione specifica.

Inoltre Jaspers avrebbe trascurato di mettere in evidenza l’enorme importanza della morale nazista; un’analisi intorno alla ‘dottrina’ nazista avrebbe consentito di capire che a monte dei crimini nazisti stanno principi che sostengono la piena legittimità dello sterminio e della cancellazione delle ‘razze inferiori’, principi  non solo radicati nella testa di Hitler e di Himmler, ma fatti propri da un popolo intero.

Ciò detto, rimangono, della riflessione di Jaspers, preziosi lasciti; uno in particolare, di stringente attualità, mi sembra questo, sintetizzato così da lui stesso: La colpa è non sapere ciò che potrei sapere, nella misura in cui questa conoscenza è essenziale per il campo della mia azione. In ogni azione c’è la colpa di non sapere ciò che era possibile sapere.

A mo’ di conclusione

Consentitemi, a conclusione anche della serie dei nostri incontri (12 o 13?) nel corso degli anni in occasione delle giornate della memoria, un’ultima citazione.

Ho parlato del rispetto per l’altro in Kant e dell’empatia per l’altro in Jaspers; ora leggo un passo di un bellissimo articolo nel quale Sigmund Ginzberg, prendendo spunto dalla Tempesta di Shakespeare, scrive:

La compassione, il soffrire se qualcun altro soffre, è merce rara ai tempi di Shakespeare. E anche ai tempi nostri. Ora si discute di come impedire gli sbarchi. Di come rendere più difficoltosi i salvataggi in mare. Di come punire le Ong, che del soccorso hanno fatto un’attività organizzata, c’è chi dice imprenditoriale. Si mette, giustamente, in cattiva luce chi prende soldi con la scusa di aiutare i poveretti, e invece se li mette in valigia. Non una parola, un gesto, un sospiro di compassione per chi si è messo in mare. Non li chiamano Stücke, ‘pezzi’ [come i nazisti chiamavano gli ebrei avviati ai campi della morte]. Solo ‘carico residuale’ o ‘carico selettivo’. Se non hanno diritto all’asilo, se sono clandestini o ‘migranti economici’, solo gente che rischia per avere una vita migliore, meglio farli vomitare per il mare grosso qualche giorno in più. Così imparano e non ci riprovano.

[Il Foglio quotidiano, sabato 21 e domenica 22 gennaio 2023]

Ora, so – sappiamo – bene che il problema della migrazione è assai complesso, che la politica è chiamata a un compito davvero impervio, eppure necessario, e che non bastano i buoni sentimenti per risolverlo. Ma bisognerà pure che l’Occidente decida a quale profonda radice, della propria cultura e della propria storia, deve attingere per accostarsi a questo problema, per trarre ispirazione e forza che guidino l’azione politica.